Recensioni

 
Pittura come riflesso della condizione umana, di Francesco Giuliari
La considerazione prima che occorre fare sulla pittura di Carla Semprebon è sulla modernità, sul suo perfetto inserimento nel contemporaneo, pur al di fuori di tutti gli “ismi” e sul filo di una sua personalissima e originale poetica.
La figura umana, una costante nelle sue opere, viene deformata, corrosa, confusa con lo spazio circostante, uno spazio bidimensionale, con un rifiuto totale della prospettiva. Allontana con scrupolo tutte le tentazioni di rendere l’immagine definita e suadente, di accendere un lume naturale. Vuole creare sconcerto e inquietudine in perfetta sintonia con il mondo nel quale vive e dal quale non intende sottrarsi. Costruisce con freddo rigore questi suoi magici fantasmi come un doloroso tributo alla condizione esistenziale dell’uomo. Ci restituisce alla fine, in una luce aspra e innaturale sui toni del verde, del viola e del grigio, un’immagine giunta alla soglia dell’astrazione. Questa sua scelta coraggiosa non va considerata una tappa intermedia di un viaggio verso l’astrazione assoluta, bensì come risultato ultimo; vuole che la figura permanga significante insostituibile del suo malessere e del malessere collettivo. Vuole che queste ombre siano il segno di una realtà che l’occhio distratto e superficiale del corpo non vede, ma che esiste e solo l’occhio dello spirito sa cogliere. Non s’accontenta dell’impressione di una realtà contigente, ma intende mostrare con certosina pazienza il profondo del disagio umano.
Credo che il fascino di queste immagini promani dalla posizione etica dell’artista, estremamente severa e senza concessioni di sorta. Una posizione simile è riscontrabile nell’Espressionismo tedesco ed in particolar modo negli uomini della “Brucke”. Anche loro intendevano renderci una realtà non percepibile dall’occhio, cioè il malessere di una società non più al passo con i tempi e il cataclisma incombente della prima guerra mondiale. Oggi stiamo vivendo momenti analoghi, con aspre esperienze esistenziali in una società sempre più complessa, con rivolgimenti che si susseguono a ritmi impensati, con minacce di guerra (oggi per fortuna un po’ allentate), di nuove terribili malattie, di inquinamenti irrimediabili, con tutte le inquietudini e le angosce che un clima del genere comporta. Inquietudini ed angosce che allora come oggi l’artista solo ci trasmette con tanta efficacia; allora, gli Espressionisti, con concitato furore, oggi, Carla Semprebon, con paziente e lucida determinazione.

Tratto dal catalogo Riflessi Riflessioni, di Alessando Mozzambani
L’azione propositiva di Carla Semprebon agisce in due direzioni, a prima vista opposte, nel richiamo alla classicità figurativa e teorica, nella composizione a collage fisico, che insieme inglobano la pittura, la allargano, la fanno elemento di una sceneggiatura mentale risolta però tecnologicamente, costruttivamente. Il quadro, non a caso, s’intitola “Rapporti classici”, agendo quindi sulla perfezione del triangolo quale figura geometrico-alchemica fatta: di collage ligneo come neo edizione-citazione del capitello corinzio; di una grata nera perforabile dalla luce e dal sottostante dipinto, che unisce la linea urbana della città “Priene” alla figura dipinta quasi a sbalzo, come scultura dominante ma da sotto, da una fuga prospettica ora con fuga a rientrare, ora con aspirazione alla plastica tridimensionale. La pittrice lavorando su queste tre raggiere rinnova dal dentro del triangolo ideale quello presente della forma che supporta il quadro e insieme la sua idea, vicina e lontana, di ieri e di oggi. Ancora più composita l’altra opera “Kanon” che verifica, nel disegno di un traliccio di ferro smaltato di grigio e con un inserto di colore blu, la Sezione Aurea. Nella proiezione, dalla storia classica alle cause cicliche della storia dell’arte, la pittrice va ad incontrare Gleizes e gli altri post-cubisti, che a quel tempo già conoscevano il Suprematismo russo, il Futurismo italiano, magari la Metafisica di De Chirico. La pittura, scacciata dalla porta delle teorie legittime, rientra allora dalla finestra dell’ovale di Piero della Francesca, di Costantin Brancusi, di Policleto della Venere di Arles, ma anche da una (accennata appena) lezione cézanniana, magari da ricordi inconsci di Boccioni…
Evidentemente in una sensibilità che mischia cultura a creatività sperimentale, la vicenda “arte” assume spartiti allungati, profanati dal vento, e omaggiati proprio dal presente che illumina, a intermittenze, non solo l’albero di Natale, o i semafori o le pubblicità urbane, ma insieme le sorprese delle forme-immagini.

Teorema sull’ignoto, di Vera Meneguzzo
Impronte del passato che diventano grafia di un linguaggio estensibile a mondi futuri, le opere di Carla Semprebon che trova nell’incisione il mezzo per gestire l’alchimia del tempo, per assottigliare il mistero fra l’uomo-Titano e i giganti del suo inconscio.
Cartoni, carte dalle varie tramature, colla, bulini, puntasecche, sabbia, segatura, collage, lastre di rame, lacerti di tappezzeria e poi legni, sugheri, ferrivecchi, pigmenti viola, verdi, rossi, aranciati e quanto più altro si può reperire dal deposito delle idee diventano strumenti polivalenti per incisioni, acqueforti, linoleografie, in una tecnica che nella Semprebon è già arte. Arte minuziosa e raffinatissima, come un ricamo dei sensi.
Uno dei temi più approfonditi, “Il mito di Crono”, Crono figlio di Gea e di Urano, il più giovane dei Titani, allegoria del tempo, del potere vaticinante fino al limite estremo (Crono, per i Romani, Saturno, ingoiò i propri figli), simbolo della lotta tra forze immani.
Domina nelle “carte” della Semprebon come onnipresenza nella regione dei vivi e dei morti. Il profilo si staglia con la indiscutibilità della roccia o dilaga come energia in ogni anfratto del disegno, si interiorizza nell’ingrandimento del negativo, quasi in una radiografia dell’anima.
Interessante come l’artista riesca a ricondurre ogni segno a teorema e questo, a rampa di lancio per pianeti ignoti. Come quelli che appaiono in “Configurazioni frattaliche” e “Variazioni di paradigma”, dove la geometria risplende in agglomerati stellari, e le mutazioni del luogo si rincorrono, si combattono, si fondono fino all’autoeliminazione e alla rinascita.
Rinascita che si ripropone nella costruzione di piccole tabelle votive in legno e sughero, dove la sintesi si privilegia all’immagine, la spiritualità alla forma.
L’idea del divenire anche nelle “Case di Tunisi”, popolate di croci fiammeggianti, e nel “Rerum memoria”. Paesaggi in profilo visti dall’alto, con ruderi di baluardi e roccaforti prospicienti al mare, realizzati in un alfabeto cifrato, in vibrazioni cadenzate che annunciano un messaggio. Possiedono il senso di un “già esistito” che comunica con noi attraverso i resti.
Non si tratta di visioni improvvisate, casuali, ma nate dopo che quel terreno ha visto, nei secoli, molte città e molti uomini, ha sentito sopra di sè lo zoccolo degli animali, il frullo degli uccelli, il respiro nativo del fiore.
Come Carla Semprebon, che è arrivata all’ arte di oggi dopo aver “provato e riprovato”, tecniche, effetti, contrasti, relazioni. Dopo aver sentito avvicinarsi i giorni dei pensieri adulti, e allontanarsi quelli dell’infanzia, scuola di giochi e di mutamenti. Poi, come sempre succede nella creatività, ha dovuto dimenticare.
Solo più avanti, quando il vissuto si è trasformato, ed è diventato sguardo, gesto, vitalità anonimi, impersonali, universali, ha potuto tracciare il suo segno, quello inconfondibile dell’arte.

Tratto dal catalogo Bianconero, di Mauro Corradini
Carla Semprebon si inserisce in quel gruppo di “artisti di confine”, attivi in differenti tecniche (in una certa misura, si direbbe che Semprebon superi la grafica riproducibile, con il gusto dell’intervento diretto sulla tavola tratta da una matrice incisa, che ritorna ad essere un unicum).
La contaminazione dei linguaggi, l’uso del colore, la compresenza di immagini provenienti da mondi culturali diversi, sono gli aspetti che rinviano ad una precisa funzione della memoria: dalla memoria provengono i segni formali, ai limiti dell’astrazione (specialmente quando l’autrice parte dalla xilografia), e gli elementi iconografici (i volti) che emergono dall’acquaforte. Per questa via, la dimensione che si coglie nell’immagine complessiva di Semprebon ha la stessa valenza dei percorsi neofigurativi del secondo dopoguerra: un universo di forme e segni che “precipita” e si compone nella mente, come se, aperta la finestra sulla vita, tutto ciò che si muove e ha un senso potesse entrare, creando una dimensione frastornante, che solo la disciplina espressiva rende comprensibile. Una metafora, se si vuole, sia della vita, che dell’universo della comunicazione, che sembra invadere la nostra quotidianità proveniente da ogni dove.

L’arte “filosofica” di Carla Semprebon, di Bruno Rosada
Non è vero che l’opera d’arte debba essere frutto di spontaneità ed immediatezza, cioè di incoscienza. E’ sempre stato vero il contrario: l’intelligenza e la consapevolezza guidano la mano dell’artista, sia egli pittore o poeta (meno che mai se è un musicista o un architetto). E Leonardo, al di là delle sue polemiche dichiarazioni, era tutt’altro che un “omo sanza lettere”.
Vien fatto di pensare tutto questo, osservando le opere di Carla Semprebon. 
Opere estremanente raffinate nella forma, e portatrici di un contenuto di 
pensiero intenso e profondo.
La prima cosa che vien fatto di osservare nella sua pittura è a livello 
formale una feconda contraddizione che si può a pieno titolo considerare 
”dialettica”. Anzi lo è. E consiste nella complessiva armonia dell’opera che 
porta in sè la contraddizione vibrante di questa armonia con piccole 
distorsioni, con quasi impercettibili micro-disarmonie (il labirinto 
spezzato; l’autosimilarità delle configurazioni frattaliche). Questo aspetto 
che caratterizza prevalentemente la superficie delle sue opere, assume però 
un carattere comunicativo proprio perché estremamente suggestivo. 
L’intensità e la profondità dell’opera non le toglie affatto, anzi accresce, 
la carica espressiva e la estrema gradevolezza. L’opera colpisce 
l’osservatore e diviene per ciò stesso rivelatrice di una profonda visione 
del mondo e della vita.
Si sa che non pochi pensatori hanno affermato che la contraddizione è il 
motore dell’esistenza, che le cose si muovono, che il tempo passa, che tutto 
si trasforma, perché c’è la “coincidentia oppositorum”. “Il minimo coincide 
con il massimo”, diceva Nicola Cusano. Questo a me pare sia il primo 
sottinteso concettuale della pittura di Carla Semprebon. E che in questo 
schema poi sono da collocare le ulteriori implicazioni.
Naturalmente quando si va “dentro il quadro” si apre il campo alle diverse 
interpretazioni, che lo spettatore dà a se stesso, di queste ulteriori 
implicazioni, nessuna delle quali è autentica e prioritaria: una vale 
l’altra. Il soggettivismo dell’osservatore è una forma di collaborazione 
coll’autore.
E così si esprime la proposta di verificare in molte delle opere di Carla 
Semprebon una concezione particolare quella della temporalità dello spazio, 
anzi del diverso verificarsi di diverse concezioni della temporalità dalla 
ciclica e perenne alla lineare e caduca, dalla cosmica alla stagionale, 
dalla aoristica alla puntuale, vale quanto un’altra possibile e non 
discordante lettura: quella che vede amalgamarsi in una singola opera un 
riferimento meccanico (o addirittura geometrico) ad un riferimento 
biologico. I titoli aiutano molto in queste possibili letture, e sono un 
vero e proprio appello rivolto allo spettatore, a collaborare alla semantica 
dell’opera. Il termine greco kairos, che significa il momento opportuno, un 
momento fatto di tempo e luogo, di quando e dove, scelto dall’autrice come 
titolo a questa cartella, conferma il valore prioritario della temporalità.
E l’indagine sulla temporalità a me pare preminente perché esprime il senso 
profondo dell’In-der-Welt-sein, e funge da supporto alla visione del mondo e 
della vita che si manifesta nelle sue opere.

“Le città invisibili”, di Paola Azzolini
Città della memoria, del corpo e dell’anima, della materia e del tempo. Città che soltanto l’occhio interiore rievoca come mappe, percorsi, labirinti aperti o chiusi, vie segnate di minuscoli serpenti di ciottoli bianchi, lunari, profili squadrati, ombre incise dal segno nero del contorno di case scomparse e riemerse dopo una catastrofe, simili allo scavo archeologico visto dall’alto di una perduta Pompei. Sul paesaggio di questa memoria interiorizzata, quasi un sogno misterioso in presenza della ragione, si costruiscono le incisioni e le tele recenti (dal 1995 all’oggi) di Carla Semprebon.
Le “città invisibili” di Carla muovono da una spinta immaginativa che si aggancia alle suggestioni di alcuni testi letterari: Calvino, con il suo pellegrinaggio tra racconto e realtà, dove vince il racconto; ma anche le poesie di Manuel Vasquez Montalban, Città, dove il poeta e il lettore, davanti all’orrore della città sommersa, tornano alla loro patria propizia, la memoria. Scrive Montalban:
“Città assediate dalle geometrie
inutile la compassione dove abiti
l’oblio
geometrie della ragione
murata
le città sono quadrate
i paradisi circolari”
Ma torniamo un poco indietro. Le due polarità razionale/ geometrica e irrazionale e quindi anche informale/ materica sono un po’ una costante del percorso complesso di questa artista, che muove dal figurativo per lasciare gradatamente questi approdi sicuri per una navigazione più libera e avventurosa. Dapprima la figura umana, una costante delle sue opere precedenti, viene scomposta e razionalizzata in geometrie scabre che volutamente muovono, per allontanarsene, dagli esiti dell’espressionismo. Ma piuttosto che l’impegno e la critica al contesto socio-culturale, Carla Semprebon dirige il suo sguardo verso il profondo e la figura umana si scompone e si doppia in magici fantasmi dai profili rigidi e consistenti, divenendo il segno visibile di quel “Sé” che l’occhio indagatore della coscienza ingabbia, senza possederlo. Così le forme affiorano riconoscibili, eppure presaghe di prossime metamorfosi. E al di là emerge la Forma, l’essenza razionale e geometrica, mentre la luce aspra e innaturale porta l’immagine fino alle soglie dell’astrazione.
Ora, in questi nuovi lavori, prende corpo e fisionomia una nuova fase, in cui si svolge il serrato dialogo del segno, preciso e limpido nella razionalità sintetica delle forme geometriche, con la complessa interferenza dei materiali, sia nelle tele che nell’incisione, anch’essa decisamente sperimentale.
Così l’olio tirato su base acrilica si lega al gesso, al plexiglas che specchia e rifrange l’immagine, mentre l’acquaforte utilizza cartone, linoleum e quant’altro. Il puzzle dei materiali si specchia nell’immagine divisa, puntigliosamente circoscritta, ma anche legata dalle linee flessuose e labirintiche che segnano percorsi senza meta. L’emergenza e l’aggressione della materia, come vuole l’informale, vengono ridotte e circoscritte nella loro pericolosa vitalità, dentro le gabbie razionali delle strutture formali. Il carattere costruttivo e, in senso lato, “concettuale” di queste immagini, fa coesistere, in una sorta di feconda precarietà, l’analisi geometrica con le componenti diaristiche, emozionali, letterarie.
In queste “geometrie della ragione murata” affiora il passato, la storia sommersa, la natura perduta. Le tracce dell’umano, pietrificate nella forma astratta del concetto implodono a formare il labirinto. Lì, nel simbolo/icona del cammino umano e del passaggio breve sulla terra, il rarefatto concettualismo delle mappe si assottiglia fino ad evocare, nella tensione inutile verso una meta non raggiungibile, la perduta “compassione”. Potremmo dire allora, ma senza perdere il filo fecondo della contraddizione che lega concetto, linguaggio e “compassione”, forma e empatia, che queste opere di Carla Semprebon scartano ogni troppo evidente significato referenziale, per una logica simbolica, in cui il significato prende corpo nella relazione analitica delle forme, svincolate dalla presenza delle cose, che manifestano, nella loro interna coerenza, il criterio di verità.

Carla Semprebon, di Maria Lucia Ferraguti (Vicenza, autunno MMIV)
Le città. Le città antiche, e le città che Sembrebon pone al centro della ricerca grafica per declinarle nei territori del colore e della forma. Città geometrizzate, tentacolari nell’inquadratura estrapolata dalla pianta, che dichiara la profonda cultura di cui sono l’esito.
Carla Semprebon guarda al passato? Infatti: le incisioni realizzate coincidono con la verità del dato storico e nel viaggio del recupero, con la memoria della città, si trova anche l’arte; e così queste griglie di segni richiamano al silenzio oppure, si può dire, chiedono ascolto perché il tema possa diventare un itinerario all’interno dell’opera. È questa la qualità profonda che l’artista dimostra di cercare, per trasferire nell’incisione una categoria, anzi un’indole, che le appartiene, perché, come primo dato, la pianta della città, e si parla non solo di quelle fondate sull’arco del mediterraneo, riporta nell’armonia della mappa terrestre la “misura sacra” del cielo.
La scelta è fatale e diventa, in opere anche di grande formato, necessità: ed ecco quindi il tessuto urbano conquistato dalla veduta aerea, nella rappresentazione archeologica di cardi e decumani, rielaborata nel repertorio del suo segno. Fez, Babilonia… in segni orizzontali e verticali formano una struttura organizzata totalmente astratta, sciolta in una grafia robusta d’uguale spessore, che s’interrompe ora qui, ora lì, mentre rimanda all’esistenza umana e ad un’infinita solitudine.
Non è soltanto questo: la città ghermisce Semprebon; ma spesso può anche rappresentare l’avvio per un’altra icona della ricerca di sé, resa nella forma di un labirinto, a pianta quadrata e circolare, ripreso nella rappresentazione incisoria per il suo valore di simbolo.
Da qui, muovendo perciò dalla storia, che sembra caratterizzare le immagini nel ritorno della forma in diverse superfici, altri segni interpretano la città moderna, nell’evocazione di una facciata. Sono lacerti murari. che ora nascono da modulo, estetico, per moltiplicarsi e mutare in rapporti spaziali fino alla continuità seriale; arriva così nel repertorio l’immagine di una finestra, ad accentuare la presa di coscienza del visibile e dell’invisibile.
Ora però, tra le variazioni delle forme concatenate da un procedere fra sentimenti e pensieri, si inserisce nel ritmo delle linee il segno forse più espressivo, sicuramente più rapido e poetico, dal carattere grafico allusivo all’ideogramma.
Arte dunque come frutto di scavo e di tensioni dell’animo, mentre scivola per conferma di vocazione, nel territorio della storia e della geografia, tra passato e presente.
Ecco le immagini incise di Semprebon: da spiegarsi per gli interventi raffinatissimi leqati dall’acquaforte all’acquatinta, dalla punta secca alla xilografia; ma poi, ancora immagini raccolte nell’esperienza di un linguaggio grafico che muta, perché organizza materiali aggregati, da consegnare all’arte e all’accensione del colore su supporti diversi: tessuti, pelli, segature, paste, metalli accesi, talvolta, impercettibilmente dall’oro e dall’argento.

Tratta dal catalogo Entropia, di Carlotta Giardini
L’introduzione del concetto di entropia è stato il primo tentativo di affrontare il problema della forma globale: non la misura della natura dell ‘organizzazione, ma il suo prodotto generale, ovvero la quantità di tensione presente in un sistema.
Il lavoro di Carla Semprebon tenta di indagare questa dimensione attraverso un’interpretazione dell’aspetto casuale derivante dallo scontro e incontro di ordini privi di un mutuo rapporto, che nella percezione visiva difficilmente vengono individuati, per la naturale e umana tendenza a riconoscere un ordine strutturale complessivo rispetto al disordine dei singoli elementi che lo compongono.
La lunga tradizione che risale alla filosofia greca e che descrive l’arte come espressione di armonia, ordine e proporzione, appare, per la sensibilità contemporanea, come qualcosa di ideale che oggi non può più riflettere il sistema globale entro il quale si manifestano e si rendono visibili le profonde diversità di una multiforme e ramificata realtà di fenomeni.
L’artista vuole condurci attraverso questa duplice e attenta analisi, alla ricerca quindi di quel disordine, quale riflesso del caos esistenziale e percettivo, in cui si possa scoprire anche l’essenza dello stesso procedere artistico, con la coscienza che l’opera d’arte non debba chiedere un significato, ma lo debba contenere.
Carla Semprebon si avventura così nell’esplorazione profonda, si potrebbe dire quasi analitica, che, attraverso le potenzialità espressive del segno, del colore e della materia, è in grado di comunicare un perenne e precario equilibrio tra realtà e immaginazione, tra figura ed astrazione, tra ordine e disordine.
Ma in che modo l’opera può sottrarsi all’inconscio e controllato senso di ordine visuale dell’artista, mostrando così un riflesso dell’entropia esistenziale? Carla Semprebon indaga questo aspetto misurando il proprio lavoro attraverso la contaminazione di linguaggi e la ricerca di nuove soluzioni espressive che, insieme, non rendano più certo o prevedibile quello che sarà l’esito finale.
Il fascino di alterazioni materiche, date ad esempio dall’utilizzo del pirografo sulla carta, o l’inserimento di elementi di scarto della società moderna o di frammenti consumati e alterati dall’azione del tempo, permettono all’artista di riscoprire improvvise e visionarie corrispondenze per il fortuito accostamento e la sovrapposizione di immagini che come tanti vetrini di laboratorio si combinano tra loro in visioni caleidoscopiche.
La sperimentazione permette così di portare alla luce un gioco di inaspettate armonie cromatiche, linee e forme che innervano lo spazio della tela o che si imprimono sul foglio, attraverso il segno xilografico.
È come se l’artista ci invitasse ad osservare, ma allo stesso tempo ad astrarci dalla nostra quotidiana e distratta visione delle cose, suggerendo immagini e sequenze che si rapportano tra loro più per assonanza e vibrazione di un personale e inconscio sentire, che per similitudine.
Ogni lavoro è il risultato di un colto saper fare: si ha come l’impressione di esplorare le trame di un microcosmo, di aver accesso, nell’attimo in cui l’opera si fa immagine, a quel mondo sconosciuto che alberga all’interno di ogni cosa, a quella sequenza frattale capace di suggerire un ordine compiuto, sotteso ad ogni manifestazione caotica del reale.
Carla Semprebon cattura nelle sue opere l’istantanea di uno stato, di un momento irripetibile, in sé irreversibile, attraverso il mutare delle forme, attraverso la sovrapposizione di colori, che pongono lo spettatore di fronte al dubbio di un prima o di un dopo.
L’effetto ottico di fitti intrecci che, casualmente accostati, ci rimandano a texture o andamenti curvilinei, paiono osservati sotto una lente di ingrandimento, come a dire che la realtà va indagata da vicino, nella sua essenza primaria, per riscoprirvi ciò che il mondo sensibile offre e che non notiamo perché assuefatti da immagini e composizioni divenute ormai invisibili e scontate nella nostra mente.
La ricerca di Carla si snoda da sempre sul filo della memoria, nella necessità perenne di lasciare una traccia del vissuto individuale e collettivo che rivive attraverso una reinterpretazione formale di passato e presente, come alterazione di un equilibrio in continuo mutamento.

Tratto dal catalogo Eterofonie, di Guido Signorini (settembre 2015)
Già in Entropia, mostra d’incisioni risalente a un paio di anni fa, la Semprebon, attraverso una selezione di materiali poveri, proponeva un’associazione di lavori incorniciati in un ordinato disordine, in cui il collage e le carte manipolate e bruciacchiate con abilità, si fondevano in splendide xilografie. In Teorema sull’ignoto, la lettura del mito, interpretata come alchimia del tempo, era presentata come esternazione interiore, dualismo tra vita e morte, interrogazione dell’ignoto. Nelle meravigliose Città invisibili, linee e forme sovrastavano l’idealizzazione del racconto.
Il disordine, l’ignoto, la narrazione. Qual è il collegamento di questi tre momenti con Eterofonie? Apparentemente non esiste. L’artista sviluppa, attraverso un contesto modulare, supportato da un assemblaggio di materiali e interventi tecnici, dal colore alla carta, alle matrici xilografiche arricchite con materiali poveri, un concetto che troviamo già in Platone il quale, riferendosi agli antichi Greci, definisce l’eterofonia una risultante differenziale tra la melodia del canto e quella dell’accompagnamento, pura imitazione con la cetra dell’aulos, strumento a canna di legno o avorio appartenente alla famiglia dell’ oboe, che si contrappone alla classica maniera dell’esecuzione musicale.
Osservando con attenzione quest’ultimo lavoro della Semprebon, possiamo trarre una lettura approfondita e particolareggiata di una propria visione del caos, cogliere a pieno le sue intenzioni rivolte non tanto ad affrontare la dinamicità delle varianti, quanto all’interpretazione analitica delle stesse, cercando e trovando quel collegamento specifico che funge da legame con i suoi precedenti lavori.
Ecco che la forma mentis si congiunge a quella che è forse una delle sue più importanti caratteristiche: l’utilizzo e la manipolazione dei materiali. La sovrapposizione di carte veline ferite con la fiamma, di cordami, filati, ricami, gommalacca e altro, contribuisce alla creazione di opere dinamiche dense di significato, a volte contrastate da dualismi ricercati, ma sempre rafforzate attraverso un segno che appare nitido e preciso, sia nelle incisioni che nella pittura.
Se, osservando le sue meravigliose creazioni, ci abbandoniamo a una percezione post liberty, o siamo colti da visioni lampanti di decorazioni tipiche dell’arte orientale, subito s’intuisce quanto sia definibile la sua autenticità nell’assumere un’identità precisa.
Le composizioni si trasformano in un progetto esplicativo in continuo divenire. Il retaggio tecnico si rispecchia pienamente nel concetto di eterofonia. Attraverso un’accurata analisi, possiamo individuare alcune tracce basilari, teoriche e pratiche, nella struttura del suo lavoro. In primo luogo la variazione della forma nello spazio, dove la dimensione assume quasi sempre una vivace elasticità eliminando ogni parvenza statica. Poi, la dinamica del segno come movimento cinetico che esteticamente si trasforma in dissonante ferita o in grata, labirinto o prigione, confermando il concetto sviluppato negli anni sessanta da Guidi,
e infine, la costruzione e decostruzione dei volumi nei contrasti segnici e cromatici.
Qui il racconto si traduce in evoluzione di forme contrastate, identificabili come variabili eterofone che si fondono in dissolvenze ed astrazioni ricche di decoro ornamentale.
Scomodando ancora una volta Platone, possiamo senz’altro affermare che l’opera creata dalla Semprebon non è mai imitazione della copia dal vero e quindi priva d’idea, ma realizza, con straordinaria perfezione, quelle proprietà sensibili, visibili e fruibili attraverso la forma e il colore, ricavandone nello stesso tempo un’originalità invidiabile.